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scatto fotografico

Scatto fotografico

Bene, abbiamo capito come funziona il meccanismo della nostra fotocamera digitale per realizzare una foto. Ora analizziamo lo scatto fotografico e i passaggi successivi che andremo a fare.

Nel campo della fotografia digitale, una volta che l’immagine è stata catturata, si è pronti a passare alla cosiddetta fase di post-processing.

Tale fase costituisce di fatto la metà del lavoro di ogni fotografo professionista.

Tuttavia, a questo proposito, molto spesso si tende a far confusione tra post-processing e photo-editing.

Chiariamo i due concetti: Post-Processing & Photo-Editing

E’ infatti subito necessario operare una distinzione tra le cosiddette fasi di Post-Processing & Photo-Editing, spesso confuse tra loro oppure identificate come uno stesso unico processo.
Una volta che una foto digitale è stata “prodotta” attraverso una fotocamera non ci sono limiti alle operazioni di manipolazione effettuabili su di essa.

I processi di manipolazione delle immagini, tramite appositi software, possono infatti trasformare un semplice scatto in un vero e proprio processo creativo, in cui ogni singola foto può anche essere completamente “slegata” dalla sua “origine”.

In questo processo pertanto si va ad annullare la distinzione tra quella che in origine poteva essere una foto e quella che invece era un’immagine digitale, creata direttamente tramite il computer e non tramite una fotocamera.

Tale processo creativo di manipolazione, in cui anche più immagini e foto digitali possono essere unite insieme, non appartiene alla fase di post-processing propria della tecnica fotografica digitale, ma rappresenta uno step successivo, del tutto facoltativo.

Alcuni elementi base di “manipolazione” vengono comunque usati dai fotografi per migliorare le proprie immagini.

Processi di manipolazione di base possono infatti rientrare anche nella fase di post-processing, step in cui il fotografo mira subito a correggere eventuali difetti di scatto.

Le correzioni che vengono più comunemente utilizzate in campo fotografico, già nella fase di post-processing sono: il bilanciamento dei colori, la correzione dell’illuminazione e di eventuali sfocature, ecc. Ovviamente gli stessi software di manipolazione di immagini, possono essere utilizzati anche per correggere tali imperfezioni.

Ora è invece importante mettere in evidenza quegli elementi base sui quali ogni fotografo andrà ad agire già in fase di post-processing.

I File Immagine

Un file immagine, oltre a racchiudere la nostra foto, fornisce altri dati importanti in fase di post-processing. Questi dati, definiti come meta-dati, sono forniti direttamente dalla fotocamera nel momento in cui la foto viene immagazzinata e sono messi in evidenza tramite i programmi di visualizzazione di immagini.

scatto fotografico

Tali meta-dati descrivono diversi aspetti dell’immagine tra cui ad esempio la marca e il modello di fotocamera, le specifiche tecniche del suo sensore, le impostazioni in uso durante lo scatto.

Ovviamente non tutte le fotocamere digitali forniscono la stessa quantità di informazioni; inoltre, in molti casi, è possibile limitare la visualizzazione dei meta-dati oppure ampliarla aggiungendo manualmente delle informazioni aggiuntive.

N.B. Generalmente i programmi di editing delle immagini permettono di visualizzare molti più meta-dati dei semplici software di visualizzazione.

I meta-dati nella finestra proprietà del Visualizzatore Foto di Windows (tasto destro del mouse sopra la foto, dettagli) per Mac da tastiera selezionare il file e premere cmd + i.

I meta-dati sono ovviamente estremamente utili nell’organizzazione dei propri scatti. Inoltre queste specifiche informazioni vengono utilizzate, dove fornite, dal software di manipolazione per una corretta interpretazione del file sul display.
Infine durante il processo di editing, come abbiamo già accennato, i meta-dati possono anche essere aggiunti: ad esempio sarà possibile inserire delle informazioni aggiuntive come il nome dell’autore delle foto e le specifiche di copyright e distribuzione dell’immagine. (Sulla canon 7d si possono aggiungere direttamente dalla fotocamera)
Pertanto attraverso i meta-dati è possibile ricostruire la storia di un’immagine, a partire dalla fotocamera che ha prodotto lo scatto.

Lo Scatto

Il sensore della fotocamera, come già descritto brevemente nei precedenti articoli è formato da microscopici sensori che trasformano la luce in ingresso, generando una carica elettrica, di entità corrispondente.

Tali microscopici sensori vengono comunemente chiamati “fotocellule”, da distinguere dai cosiddetti pixel. Infatti tutte le informazioni relative alla luce, raccolte dalle foto-cellule, diventeranno solo successivamente i pixel della foto realizzata.

Ad ogni pixel, creato al momento della rappresentazione dello scatto, generalmente corrispondono quattro fotocellule.

Ogni fotocellula è dotata di un filtro colorato: rosso, verde o blu. Questo permette la “cattura” di specifici canali di colore (rosso, verde e blu) da parte del sensore, per non creare solamente degli scatti in bianco e nero.
Le milioni di fotocellule del sensore della fotocamera sono distribuite e organizzate secondo uno schema preciso basato sui 3 colori sopra indicati, come evidenziato anche nella seguente rappresentazione.

In questa organizzazione interna al sensore, ogni fotocellula può registrare una profondità di 12 o 14 bit, in relazione al livello di carica elettrica, sempre a seconda del modello di fotocamera in uso.

Tutte le informazioni registrate dalle fotocellule vengono immagazzinate, nella memory card, in uno stato grezzo che sappiamo essere il RAW, assolutamente consigliato nella realizzazione professionale di foto digitale.
Infatti in questo formato troviamo delle informazioni aggiuntive, specifiche e necessarie per la creazione di un file con profilo RGB completo, dal nostro scatto in formato “grezzo”.

Tali informazioni aggiuntive, proprie del formato RAW, permettono di interpolare i valori forniti di base dal sensore per ricreare in automatico quelle informazioni mancanti relative alla rappresentazione dei colori. Questo costituisce il fulcro della fase di interpretazione seguente.

Interpretazione dei dati

In questa forma base, le informazioni non possono ancora essere elaborate a creare un’immagine “visibile”.I milioni di livelli di luminosità del rosso, verde e blu, devono essere convertiti in una sequenza di pixel, l’elemento base di ogni foto digitale.

I pixel vengono quindi descritti come “triplette” di valori di rosso, verde e blu, oppure RGB; a seconda della profondità in bit del file.

Ad esempio un’immagine a 24-bit contiene dei pixel con un valore RGB compreso tra 0 e 256 o, detto altrimenti, una profondità di colore a 8 bit, dove i tre canali (rosso, verde e blu) moltiplicati per 8 bit di profondità equivalgono proprio ad una foto a 24 bit.

Questo sta a significare che ogni pixel dell’immagine può rappresentare uno degli oltre 16 milioni di colori rappresentabili su schermo.

Per passare dalle milioni di fotocellule ai corrispondenti milioni di valori dei pixel, il software di elaborazione della fotocamera deve attuare un processo definito (tramite un algoritmo preimpostato) “demosaicizzazione” che può essere più o meno preciso a seconda del software in uso dal dispositivo. Il processo di “demosaicizzazione” è volto a ricostruire il profilo di colore originario del soggetto.

Schema del Processo di Demosaicizzazione

E’ possibile avere un maggiore controllo sulle proprie foto e sul processo di conversione utilizzando degli applicativi di post-processing, come ad esempio il Camera Raw di Adobe (un plug-in di Photoshop, già presente nella versione CS5 e allo stesso tempo scaricabile per le versioni precedenti al seguente link: http://adobe-camera-raw.softonic.it) che permette di gestire con precisione la conversione del file RAW in un’immagine con formato standard.

Attraverso un cosiddetto “convertitore RAW” è infatti possibile specificare le modalità di creazione del profilo RGB, non utilizzando direttamente l’algoritmo di “demosaicizzazione” proprio dalla fotocamera. Al contrario, scattando direttamente in JPEG e non in formato “grezzo” (RAW), sarà d’obbligo l’utilizzo dell’algoritmo di “demosaicizzazione” interno al dispositivo. Alcune opzioni di conversione tramite il plug-in Camera Raw di Photoshop CS5

Processing

Le informazioni ottenute durante il processo di conversione sono tuttavia ancora troppe affinchè il file possa essere visualizzato correttamente (almeno negli attuali dispositivi di visualizzazione) ed essere poi gestito in un formato di condivisione comune, come ad esempio il JPEG.

Per assicurarci che l’immagine venga rappresentata correttamente e che le informazioni scelte nel primo processo di interpretazione vengano poi rappresentate adeguatamente è necessario un ulteriore step di rifinitura, definito in ambito professionale proprio come processing e che comporta una compressione necessaria all’utilizzo successivo del file.

Al termine di questo processo di compressione, l’immagine potrà essere gestita agevolmente in formato JPEG, senza troppe perdite di quelle informazioni di base fondamentali per la sua rappresentazione finale.

Output finale

La creazione dell’output finale restituisce un file immagine specifico, generato sulla base delle informazioni iniziali, interpretate in prima fase e poi rielaborate e compresse in fase di processing. Nella maggior parte dei casi il file immagine derivante sarà proprio un documento JPEG, un formato di distribuzione molto utilizzato soprattutto nella condivisione dei file online, per il suo alto livello di compressione.

L’alto grado di compressione del formato JPEG, partendo da una foto in formato RAW, non va ad inficiare il livello di dettaglio dello scatto di partenza. Infatti un file RAW (scattato ad es. con una digital reflex come la Canon EOS 5D), prima del processing, ha una dimensione di ben 24 Mb. Al contrario scattando direttamente in formato JPEG le informazioni di partenza saranno subito soggette ad un’elevata compressione.

Pertanto nelle varie fasi di elaborazione la perdita delle informazioni originali sarà maggiore, determinando un risultato finale più “povero” di dettagli.

Il Colore delle Foto

Nel campo della fotografia digitale e soprattutto in fase di post-processing è necessario definire in maniera molto più specifica cosa si intende per “colore”.

Tutte le fotocamere digitali nascono come dispositivi per la cattura di immagini in bianco e nero, dal momento che ogni fotocellula sul sensore va a misurare l’intensità della luce da cui viene colpita: la cosiddetta luminosità (brightness).

Da sola la luminosità non comunica nulla in relazione al colore dell’oggetto catturato.
A questo riguardo intervengono i filtri colorati delle fotocellule del sensore. Questi filtri lasciano infatti passare una luce con una data lunghezza d’onda o colore.

Un filtro solamente rosso (red) permetterà l’ingresso esclusivo di una luce “rossa”.
Pertanto quelle parti dell’oggetto catturate che non appaiono come “rosse” in origine, come ad esempio un cielo azzurro, verranno recepite dal sensore come completamente nere o molto scure.

Una combinazione dei tre filtri colorati ci permette invece di raccogliere tutte le informazioni necessarie per rendere correttamente i colori originali nelle nostre foto.
Quando le tre immagini separate (ciascuna relativa ad uno dei tre “canali” di colore, rosso, verde e blu), catturate attraverso i rispettivi filtri delle fotocellule, vengono poi combinate e elaborate, allora la foto verrà visualizzata con una gamma di colori completa, come evidenziato anche nello schema relativo al processo di “demosaicizzazione” .

Da questo processo deriva il termine ‘RGB’ che fa appunto riferimento al modo con cui il colore viene definito e immagazzinato nei file digitali.

I valori relativi ai tre canali, rosso, verde e blu, descrivono tutto ciò che riguarda i colori che una fotocamera è in grado di catturare. Infine la profondità in bit, indica il numero dei colori che possono essere distinti.  Tuttavia i colori possono essere immaginati anche in maniera diversa, non semplicemente attraverso i valori attribuibili ai tre canali del metodo RGB.

Oltre al metodo RGB possiamo infatti definire i colori attraverso il metodo HSB (o HSV): Tonalità, Saturazione e Luminosità (Hue, Saturation e Brightness). La tonalità, spesso più semplicemente definita come “colore”, rappresenta lo spettro complessivo dei colori: spazia dal rosso all’arancio, al giallo, al verde, al blu, al viola, al nero, fino a tornare nuovamente al rosso.

Pertanto una data tonalità viene sempre descritta in gradi (come in un cerchio), come evidenziato anche nel diagramma a fianco, relativo proprio al metodo HSB, dove i tre parametri vengono rappresentati tramite un modello cilindrico.

Per saturazione si intende invece la “purezza” di un dato colore e pertanto tale parametro indica quanto un colore è “diluito” tramite l’aggiunta del bianco e del nero.
Ad esempio per saturazione potremmo intendere quei valori che creano quella differenza ben visibile tra il rosso e il rosa. La luminosità rappresenta infine la “lucentezza” di un dato colore: dal nero al bianco.

Ad esempio un cambiamento evidente di brightness può essere ben rappresentato nel passaggio tra blu e navy. La semplice definizione di “colore” diventa più complicata se evidenziamo il fatto che nessuna fotocamera è in grado di catturare e rappresentare i colori così come un occhio umano può vederli.

Ogni metodo di definizione dei colori possiede una limitata gamma di colori. Questa limitata gamma viene definita come “color gamut” o “profilo” e i vari metodi di definizione dei colori (RGB, HSB) vengono definiti come “colour spaces” o più semplicemente “spazi”.

Ad esempio la sigla sRGB indica il profilo standard di quei colori visualizzabili nel web; la sigla CMYK indica invece il “color gamut” (la “gamma dei colori”) utilizzabile in fase di stampa.

Attualmente esistono diversi “profili” RGB modificati, per essere utilizzati in base alle varie finalità. Nell’ambito della fotografia digitale lo “spazio” (il color gamut) che incontreremo di più corrisponde sicuramente all’Adobe RGB (aRGB).

Molte fotocamere digitali Reflex (DSLR) permettono tuttavia di utilizzare uno “spazio” di colori più ampio, anche se la gamma di colori catturata difficilmente potrà essere visualizzata dai diversi utenti.

Anche se il proprio display non è in grado di visualizzare tale ampia gamma di colori e il file JPEG da utilizzare in seguito è di tipo sRGB è comunque bene scattare nel formato Adobe RGB per due ottimi motivi:
1) Se si desidera realizzare una stampa di qualità della foto, una buona stampante, sarà invece in grado di stampare anche i colori relativi ad uno spazio aRGB, che invece risulterebbero mancanti in uno spazio sRGB.
2) Scattando in RAW si otterranno delle opzioni più ampie per quanto riguarda la correzione dell’esposizione originaria.

Spero di esservi stato utile. Alla prossima